Ritardo di Linguaggio: cos’è e quanto aspettare prima di intervenire

Quello che è bene sapere quando un bambino non parla o parla pochissimo, e le indicazioni su come comportarsi in presenza di un ritardo di linguaggio.

Nel primo articolo sui falsi miti che ruotano attorno alle difficoltà di linguaggio dei bambini, ho parlato del mantra per eccellenza che si sentono ripetere i genitori di quei bambini che parlano poco o male: “parlerà!”.

Purtroppo ancora oggi, questo è il consiglio che, non solo la vicina di casa, ma addirittura i pediatri si sentono di dare a cuor leggero, trascurando il fatto che un ritardo nell’emergenza del linguaggio può essere niente come pure il segnale di difficoltà ben più serie.

Cos’è il Ritardo di Linguaggio?

E’ un rallentamento nello sviluppo linguistico del nostro bambino, che non matura la sua competenza comunicativa nei tempi generalmente validi per la maggior parte dei suoi coetanei.

L’acquisizione del linguaggio è caratterizzata da alcune tappe principali di cui avrai letto o sentito parlare mille volte (prime parole a 12 mesi, l’esplosione del vocabolario tra i 18 e i 24, e così via), ma a questa età esiste anche una grandissima variabilità linguistica tra i bambini, che vanno dal più “chiacchierone” fino a quello che in clinica viene definito late talker, ossia il bimbo parlatore tardivo.

“Parlerà”. Perché ti dicono così?

Una percentuale di bambini parlatori tardivi, è costituita dai così detti late bloomers, cioè bambini che sbocciano (in termini linguistici) in ritardo. Loro “parleranno”, si, perché entro i primi 4 anni recupereranno il gap e normalizzeranno la loro competenza linguistica rimettendosi in pari con i loro coetanei.

Anche altri bambini late talkers miglioreranno e, prima o poi, “parleranno”, tuttavia mantenerranno comunque una modalità immatura e disorganizzata rispetto all’età.

“Perché non potrei semplicemente aspettare e stare a vedere che succede?”

Perché i late bloomers, cioè coloro che miglioreranno spontaneamente senza conseguenze, rappresentano solo una parte.

Molti dei bambini che manifestano un ritardo di linguaggio, pur migliorando pian piano, manterranno delle competenze più deboli rispetto ai coetanei: vocabolario ridotto, confusioni tra i suoni, frasi disorganizzate, e difficoltà di organizzazione del discorso che possono continuare ad esistere anche in età adulta.

In altri bambini, questo ritardo evolverà in un vero e proprio Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL), cioè un’alterazione nel modo in cui vengono acquisite ed elaborate le regole linguistiche. In alcuni di loro, il disturbo persisterà oltre i 6 anni, traducendosi, con l’ingresso a scuola, in un Disturbo dell’Apprendimento della letto-scrittura.

Un ritardo di linguaggio, inoltre, può rappresentare anche il campanello di allarme di difficoltà ben più gravi: un’importante disprassia, una sordità (anche lieve), sindromi dello spettro autistico, un ritardo cognitivo, ed altro.

“Ok, ma allora cosa cambia se aspetto?…”

“…Tanto se c’è un disturbo serio prima o poi si vede e allora si fa quello che serve; diversamente perché devo sottoporre un bambino così piccolo a visite e terapie?”

Questa è una delle domande che più spesso i genitori si fanno (e mi fanno).

Il linguaggio si struttura entro i primissimi anni di vita: basti pensare che a 3-4 anni un bambino parla, di norma, già “da adulto”. Questo significa che questi primissimi anni sono anche quelli in cui il cervello di un bambino è maggiormente predisposto a costruire e modificare le connessioni deputate al linguaggio, e quelli in cui l’intervento riabilitativo, o una più semplice stimolazione guidata, hanno maggiore efficacia.

E questo vale per il linguaggio, come per tantissime altre competenze cognitive.

Aspettare che un disturbo diventi evidente, quando il bambino ha già magari 5 anni o più, significa perdere tempo preziosissimo durante il quale, purtroppo, alcune caratteristiche disfunzionali si sono fortemente stabilizzate.

Ti prendi la responsabilità di rischiare?

Come faccio a capire quanto è grave la problematica del mio bambino?

Non puoi. O almeno, non da solo. Spesso, nemmeno se sei “un addetto ai lavori”.

Purtroppo, in questi casi, l’istinto di genitore è un’arma a doppio taglio

perché se da una parte può farti intuire che c’è qualcosa che non va, dall’altra l’amore e la paura rischiano di farti “giustificare” alcuni aspetti che sono, invece, dei campanelli di allarme.

Già a partire dai 2 anni, se noti, nel tuo bambino, alcuni dei segnali che ti elencherò alla fine di questo articolo, la cosa migliore che tu possa fare è rivolgerti ad uno specialista, come il Neuropsichiatra Infantile o il Logopedista.

Loro, attraverso un accurato esame del linguaggio, osservazioni del bambino e colloqui con i genitori, hanno ad oggi gli strumenti e la competenza per valutare se un bambino vada semplicemente monitorato, o se sia utile iniziare un percorso di stimolazione.

Quando i bambini sono ancora così piccoli poi, la terapia diretta non è l’unica alternativa: i genitori stessi possono apprendere strategie importantissime per stimolare quotidianamente il piccolo nel modo più adatto a favorire lo sviluppo del linguaggio, attraverso colloqui di parent training logopedico (clicca se ti interessa capire di cosa si tratta).

Alcuni dei segnali a cui fare attenzione

  • 6-10 mesi: assenza di lallazione
  • 12-14 mesi: assenza o scarso utilizzo di gesti comunicativi: indicare, chiedere, mostrare
  • 18 mesi: meno di 20 parole
  • 24 mesi: meno di 50 parole
  • oltre 24 mesi: assenza di prime combinazioni di parole (brevi frasi)
  • oltre 24 mesi: assenza o scarsa presenza di gioco simbolico (gioco del far finta)
  • oltre 24 mesi: difficoltà nella comprensione di ordini semplici non contestuali (“prendi per favore lo spazzolino da denti in bagno?” mentre magari state sul divano a guardare la tv)

 

Al giorno d’oggi, dove l’informazione è ovunque, e i professionisti pure, temporeggiare senza, quantomeno, farselo consigliare da uno specialista, non è più giustificabile:

preoccuparsi non serve, OCCUPARSI si!

 

Lascia un commento