Può il bilinguismo compromettere le competenze di linguaggio di un bambino o peggiorarne una difficoltà? Ecco i falsi miti che ruotano attorno allo sviluppo linguistico dei bambini bilingue.

In un mondo dove il confine tra una cultura e l’altra è sempre più sottile, essere bilingue o trilingue o chi più ne ha più ne metta, è sicuramente un pregio o, quantomeno, una marcia in più!

Ma quando il bilinguismo si scontra con una presunta o reale difficoltà di linguaggio nel bambino piccolo, alcune false credenze tendono a prendere il sopravvento, creando molta confusione nei genitori e producendo delle pratiche quotidiane non sempre corrette.

Caratteristiche generali del bilinguismo

E d’obbligo innanzi tutto differenziare i bambini esposti fin dalla nascita a più di una lingua (bilinguismo simultaneo), da quelli che entrano a contatto con la seconda lingua dopo i primi 2-3 anni di vita (bilinguismo sequenziale).

Per questi ultimi, in particolare, è fondamentale tenere sempre presente il fatto che la quantità e la qualità dell’esposizione alla L2 (seconda lingua) in termini di ascolto e produzione, gioca un ruolo importantissimo nella competenza finale del bambino.

Tieni, quindi, sempre a mente che le indicazioni di seguito riportate hanno una valenza molto più forte per un bambino con bilinguismo simultaneo, mentre per un bambino con bilinguismo sequenziale le cose potrebbero essere un po’ più complesse.

Fatte le dovute premesse, ecco i principali falsi miti che ruotano attorno al bambino bilingue e le difficoltà di linguaggio.

1 – Il bilinguismo causa un ritardo del linguaggio

Niente di più scorretto.

Il Ritardo di Linguaggio è una condizione che inficia lo sviluppo linguistico del bambino a partire da una predisposizione genetica, che può essere poi aggravata da modalità di interazione e comunicazione disfunzionali o non facilitanti.

Bambini bilingue e monolingue raggiungono con gli stessi tempi ed allo stesso modo le macro-tappe dello sviluppo del linguaggio:

lallazione nei primi 6-10 mesi di vita, prime paroline intorno ad un anno, combinazioni in prime piccole frasi intorno ai due anni.

Se queste tappe compaiono con un ritardo clinicamente significativo o non compaiono affatto, questo rallentamento non è legato all’uso di una doppia lingua, ma è la manifestazione di una difficoltà specifica nell’acquisizione del linguaggio inteso come competenza globale.

Crescendo, è possibile che i bambini bilingue mostrino alcune differenze rispetto ai coetanei monolingue: potrebbero combinare parole di lingue diverse nella stessa frase, avere un vocabolario più ricco o una competenza grammaticale maggiore in una delle due lingue, e questo soprattutto quando l’una risulta essere più utilizzata dell’altra. Queste differenze, tuttavia, non sono, da sole, segnali indicativi di un disturbo.

2 – Se un bambino “mischia” parole delle due lingue significa che sta sviluppando un disturbo di linguaggio

In termini più precisi, ciò che si verifica quando i bambini bilingue sembrano far confusione tra i due lessici, è definito “code-mixing” o “code-switching”:

“Mamma!!! Guarda, a dog! / Si, si, andiamo a fishare! / Mommy look, a butterfly! Prend-it! Prend-it!”

Tutti i parlanti bilingue di ogni età si trovano, a volte, a mettere in atto questo comportamento linguistico, che è un modo efficiente di supplire alla difficoltà di esprimersi nella lingua in cui si è meno competenti.

Il mixare i due lessici, o l’applicare regole grammaticali di una lingua all’altra, non è assolutamente una manifestazione patologica, anzi! Rappresenta una strategia cognitiva estremamente positiva, che indica flessibilità cognitiva e sane competenze: il bambino ha perfettamente chiara la distinzione tra le due lingue, ma di fronte alla difficoltà di reperire un termine, sceglie di utilizzare quella per lui più spontanea o predominante.

Questo comportamento linguistico tende spontaneamente a ridursi nel tempo, parallelamente al crescere delle competenze anche nella lingua secondaria, ed è maggiormente presente nei bambini con genitori che hanno, a loro volta, frequenti episodi di code-switching.

3 – Se un bambino mostra un ritardo di linguaggio bisogna subito eliminare una delle due lingue

La prassi clinica ancora oggi maggiormente diffusa (almeno in Italia) prevede che, qualora ad un bambino venga diagnosticato un ritardo o un disturbo di linguaggio, si raccomandi vivamente alla famiglia di eliminare subito la lingua non parlata dalla comunità (ad esempio, in Italia, si raccomanda di parlare solo in italiano).

Perché è un falso mito? Sappi questo:

Non esiste in letteratura scientifica alcuno studio che dimostri che esporre il bambino a due lingue causi o peggiori un ritardo/disturbo di linguaggio!

Perfino medici e professionisti stimati danno questa indicazione, sulla falsa credenza che per il bambino sia già difficile acquisire una lingua, figuriamoci due…

In realtà, chi si occupa di ricerca in ambito di bilinguismo e patologie del linguaggio, sa benissimo che è un consiglio assolutamente inutile e, in certi casi, anche dannoso: nel prossimo punto vedremo perché.

4 – Se un bambino ha un ritardo di linguaggio, i genitori devono parlargli solo in italiano

Il dover eliminare la lingua non comunitaria (che abbiamo già visto essere una falsa credenza), comporta il fatto che gli stessi genitori siano “obbligati” a parlare al bambino solo nella lingua principale che, per chi vive in Italia, è ovviamente l’italiano. E allora tutto va bene se anche i genitori sono effettivamente bilingue e competenti.

Ma cosa accade nelle famiglie immigrate o nelle famiglie miste, dove mamma o papà o entrambi sanno ancora parlare poco o male l’italiano?

Purtroppo accade frequentemente che i genitori smettano di parlare con i propri piccoli, demandando alla scuola o alla televisione il compito di “insegnare l’italiano” al bambino.

Accade che la comunicazione smetta di essere spontanea, significativa ed efficace, e si trasformi, invece, in un momento difficoltoso, un mero esercizio in cui ci si preoccupa più del come dire che del cosa dire.

Senza considerare che il modello che può fornire un genitore parlando una lingua in cui è poco competente, è un modello spesso scorretto, con un lessico povero, molti errori grammaticali, e che comporta un’enorme ristrettezza di argomenti di conversazione.

Un bambino, soprattutto se con un ritardo di linguaggio, ha bisogno che mamma e papà possano comunicare davvero con lui, nel modo più spontaneo possibile.

Ciò che realmente è utile ad un bambino con uno sviluppo linguistico rallentato, è capire che parlare significa condividere momenti, esperienze, emozioni e pensieri

Dieci minuti con mamma a raccontarsi una favola nella sua lingua di origine, rappresentano una stimolazione del linguaggio di gran lunga maggiore di un’ora di ascolto passivo davanti ad un cartone animato.

5 – Conosce ed usa poche parole: significa che ha un ritardo di linguaggio

La valutazione del linguaggio di un bambino bilingue non può far riferimento agli stessi standard normativi che si utilizzano per il bambino monolingue.

Capita frequentemente che i bambini bilingue, nei primissimi anni di vita, mostrino un vocabolario ridotto in ognuna delle due lingue, sia in termini di comprensione che di produzione. Questo dato, però, preso da solo, non indica la presenza di un reale ritardo, poiché ciò che è importante valutare è la competenza complessiva nelle due lingue: i bambini bilingue hanno vocabolario totale (Lingua1 + Lingua2) simile o superiore a quello dei coetanei monolingue.

Non per forza i bambini bilingue devono raggiungere le tappe principali dello sviluppo del linguaggio contemporaneamente in entrambe, poiché non è detto che ad entrambe siano stati esposti con la stessa intensità e frequenza: è però importante, soprattutto nel caso del bilinguismo simultaneo, che queste tappe siano raggiunte nei tempi previsti almeno in una delle due.

Una corretta valutazione del linguaggio nel bambino piccolo bilingue, soprattutto se simultaneo, deve necessariamente considerare il lessico e la competenza in entrambe le lingue: se il bambino mostra di avere un vocabolario totale ridotto rispetto alla norma e/o in presenza di eventuali altri segnali di rischio, ovviamente è importante provvedere ad approfondimenti specialistici.

6 – Un bambino con un disturbo di linguaggio farà moltissima fatica ad imparare un’altra lingua

E’ indubbio che un bambino con un ritardo o un disturbo di linguaggio avrà un’acquisizione più lenta e difficoltosa delle competenze lessicali, morfosintattiche e narrative. Tuttavia la ricerca scientifica suggerisce che

in presenza di un disturbo di linguaggio diagnosticato, le difficoltà incontrate dai bambini bilingue e monolingue tendono ad essere le stesse.

In altre parole, crescere bilingue non peggiora le difficoltà di linguaggio e, viceversa, le difficoltà di linguaggio non rendono al bambino più difficile l’acquisizione della seconda lingua… non più difficile di quanto non sia già acquisire la principale.

Questo non significa che sia corretto consigliare a tappeto, per qualunque bambino con disturbo di linguaggio, l’introduzione di una o più lingue (soprattutto se si inizia dopo i 3-4 anni) perché “tanto male non fa”.

Le scelte che facciamo per un bambino devono sempre essere valutate con cura, in base alla sua situazione specifica ed unica.

Soprattutto con un bambino che presenta un disturbo, famiglia e specialisti hanno la responsabilità di confrontarsi ed analizzare su più fronti quelle scelte che vanno a toccare proprio le sue aree di debolezza.

Per concludere, ecco alcune utili letture che potrebbero interessarti:


Se ti fa piacere, puoi lasciare nei commenti la tua esperienza: potrebbe essere preziosa ad altri genitori!

Se vuoi scoprire altri falsi miti che ruotano attorno allo sviluppo dei bambini, ecco il link al precedente articolo: falsi miti #1.

10 Commenti

  1. salve,

    vorrei porre una domanda. Un bambino che ha fin dai 5 anni una disturbo di tipo morfo-sintattico all’età di 9 anni si è trasferito con la madre all’estero a seguito di separazione. Ha inziiato in quella età ad utilizzare una nuova lingua che fino ad allora sentiva parlare una volta all’anno. Può questo determinare una maggiore difficoltà nel recupero di quel disturbo?
    grazie mille per una risposta.

    • Salve Daniele, il suo è un dubbio lecito e molto frequente tra i genitori: quello che posso dirle è che le ricerche condotte fino ad ora non hanno dimostrato questa ipotesi. In presenza di un disturbo di linguaggio, l’apprendimento di una seconda lingua non sembra peggiorare le competenze (o il loro recupero) nella prima.

  2. Salve! Mia figlia ha 18 mesi, io sono brasiliana e parlo il 90% del tempo in portoghese con lei (mi viene naturale), la tv con i cartoni animati molte volte è in inglese oltre l’italiano di tutti gli altri. Lei capisce sia una che l’altra lingua ma parla solo mamma (anche in portoghese) e poi solo monosillabi e gli animali. Mi dovrei preoccupare che lei ancora non parla niente? Grazie!

    • Salve Aline, nei bambini bilingue può essere fisiologico un rallentamento dello sviluppo della produzione verbale, tuttavia vedendo che il commento è di maggio, dunque ad oggi la bimba dovrebbe avere quasi 2 anni, se produce ancora poche paroline, vi consiglio di fare comunque una valutazione con un logopedista bilingue, che possa valutare il repertorio lessicale globale e darvi delle indicazioni mirate.

  3. Buongiorno, sono una neo mamma italiana che parla fluentemente inglese (per lavoro e relazioni personali). Con mio marito avremmo valutato di inserire il bilinguismo , dove io parlo in inglese e mio marito in italiano alla bambina.

    Siccome questa è un’opzione raramente trattata (non -madrelingua fluente) le chiederei un commento in merito.
    Quali sono i rischi? È possibile in qualche modo comprometterne il linguaggio?
    Ci sono particolari accorgimenti?

    Grazie.

    • Buongiorno signora, non ci sono rischi particolarmente “gravi”, lo sviluppo del linguaggio del bambino non sarebbe compromesso. Quello che potrebbe essere penalizzato è la vostra relazione mamma-figlio in termini affettivi, perché il nostro linguaggio verbale veicola, ovviamente, anche tutte le connotazioni emotive. Deve esserci spontaneità e naturalezza nella comunicazione, quindi il mio consiglio è questo: provate, ma se si rende conto che, nonostante la sua fluenza nella L2, nei momenti di maggiore coinvolgimento emotivo (come ad esempio le coccole, i giochi interattivi, la storia della buonanotte, i momenti di accudimento…) sente di perdere spontaneità nella comunicazione, torni a parlare in italiano. Il rischio è di utilizzare un linguaggio troppo “didattico”!

  4. Buongiorno,
    Grazie per questo articolo che ha risposto a molte delle mie domande.
    Vorrei sapere: noi siamo italiani residenti in Svezia. I nostri bambini sono esposti allo svedese dall’età di un anno (asilo nido), per loro si tratta di bilinguismo sequenziale, oppure può essere considerato simultaneo?
    Le maestre del bambino più grande di 5 anni, si sono lamentate già dallo scorso anno, di un ridotto vocabolario in lingua svedese. Io ho ribadito che noi in casa facciamo molto per la lingua italiana e nulla per la lingua svedese, apprendimento per il quale abbiamo delegato esplicitamente alla scuola (punto 4).
    In merito alla valutazione delle lingue, chi è preposto a farlo sia nella lingua della comunità che nella lingua madre?
    Io sono certa dello sviluppo dell’italiano appropriato all’età (secondo me andiamo anche oltre la media, ma non vorrei peccare di presunzione/ amore di mamma), ma come posso posso accertarmi che non ci sia un disturbo o un ritardo?

    Grazie in anticipo!
    Francesca

    • Salve Francesca, nel caso del suo bimbo si tratta comunque di bilinguismo consecutivo precoce. La valutazione del linguaggio, in questo caso, dovrebbe farla un logopedista bilingue, o comunque in grado di valutare il lessico e la struttura frasale di entrambe. Potreste eventualmente fare 2 valutazioni, una in italiano ed una in svedese, ma poi in ogni caso sarebbe opportuno integrare le informazioni che emergono da entrambe. L’unico modo per accertarsi che non ci sia una difficoltà di linguaggio è una valutazione logopedica.

  5. Salve, mío figlio e’ bilingüe di 3 anni e mezzo con madre italiana e padre argentino, parliamo con lui nelle due lingue, ha un ritardo del linguaggio nel senso che non fórmula frasi ne in italiano ne in spagnolo, solo ripete parole e ne associa alcune. Purtroppo la logopedista ci ha consigliato proprio di mettere da parte l’ italiano e rafforzare lo spagnolo, ho cercato non ci sono esperti di bilingüismo dove vivo. Che mí consiglia per migliorare lo spagnolo dato che viviamo in Argentina, senza perderé l’ italiano? Oltre il rapporto con i coetani e la stimolazione a casa leggendo e ripetendo con lui?

    • Salve Valentina, può tranquillamente seguire tutte le indicazioni e le strategie che consiglio nei vari articoli, video, post e negli ebook “Imparo a parlare con mamma e papà”, applicandole allo spagnolo. Il papà può tranquillamente continuare a parlare in spagnolo al bimbo, perché non c’è nessuna evidenza scientifica del fatto che il bilinguismo peggiori il ritardo di linguaggio. ANZI! Quando il bambino sarà in difficoltà nel reperimento di una parola, potrà accedere al vocabolario dell’altra lingua per compensare! Inoltre italiano e spagnolo sono 2 lingue simili sotto molti punti di vista, quindi molte abilità di linguaggio si potrebbero rafforzare a vicenda! Il bilinguismo è, in realtà, una risorsa in più!

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